17 dicembre 2015

Acqua veneta. Governo del territorio e bonifiche nell'ordinamento veneziano

Ivone Cacciavillani, Acqua Veneta. Governo del territorio e bonifiche nell’ordinamento veneziano,  Corbo e Fiore Editori, 2015

Non una semplice cronaca storica, ma una chiave di lettura per comprendere gli interventi realizzati dalla Repubblica Serenissima in materia di amministrazione delle acque. In questi termini si presenta il libro Acqua Veneta. Governo del territorio e bonifiche nell’ordinamento veneziano di Ivone Cacciavillani, edito con la collaborazione del Consorzio di bonifica Bacchiglione: un’interessante disamina che parla di storia partendo da legislazione e istituzioni.
È sotto il segno di innovazione e modernità che Cacciavillani inserisce l’esito dei provvedimenti veneziani. All’indomani della conquista della terra ferma, con l’aumentare del potere, per Venezia crescono anche i problemi idraulici: non si tratta solo di salvare la laguna dal rischio di interramento per il materiale portato dai corsi d’acqua che in essa sfociano, ma anche di assicurare, in quanto capitale di uno dei maggiori Stati della Penisola, la stabilità di tutto il territorio. Con una soluzione organica, frutto di un disegno strategico, Venezia pone fine all’anarchia degli innumerevoli ed eterogenei interventi locali. È con un’ottica originale che il libro segue l’evolversi di tale amministrazione, a partire dalla nascita del Magistrato alle acque, fino all’istituzione del Provveditorato ai beni inculti e alla nascita dei primi Retratti, antesignani degli odierni Consorzi di bonifica. Questi istituti, innestando una grande novità nell’assetto amministrativo, porteranno alla partecipazione diretta alle decisioni degli interessati, riuniti coattivamente in consorzio: «questi consorzi  - cita una modernissima relazione del 1730 - altro non sono , che un’Unione d’interessati ne’ beni compresi nel circondario stabilito, o d’assenso loro, o di pubblica volontà, che contribuir devono alle spese occorrenti in benefizio d’essi beni, o per esimerli da pericoli, o per redimerli da mali, o per migliorarli dal loro infelice stato» (p. 79). «Si tratta – scrive Cacciavillani parlando ancora del retratto - di un istituto che all’epoca, quando l’assolutismo e comunque l’eteronomia*  delle decisioni era costume non solo diffuso ma universalmente ritenuto l’unico ammissibile, non poteva non suonare eccezionale se non quasi scandaloso. Un sistema che comportava l’ineludibile coazione dell’attuazione delle proprie deliberazioni, creando il coinvolgimento di tutti gl’interessati alla gestione  del bene comune, che diventava bene pubblico» (p.83).
L’innovazione, infatti, non è solo amministrativa, ma riguarda piuttosto il diritto su cui essa si fonda, ossia una concezione rigorosamente pubblicistica dell’acqua. «Sicché quando si parla con ammirazione di quegl’istituti dell’ordinamento della Serenissima – continua l’autore - si deve tenere sempre ben presente che si tratta di innovazioni risalenti a cinque secoli fa, rimaste veri monumenti giuridici non meno venerabili dei molti monumenti marmorei di quella stessa epoca che ancora ornano le nostre Città» (p.19).

*Si intende una norma imposta dall’esterno, contrario di autonomia.